Ardea

Quella, se la riconosci, è la casa in cui venivamo in vacanza negli anni sessanta.
E’ lì, abbandonata da tempo.
Ci sono tornato ieri e ho rivisto la stanza, dove abbiamo concepito nostro figlio. Il più piccolo.
Era la fine d’agosto, forse. Il giorno dopo saremmo partiti per tornare a casa, con la littorina.
Ti ho vista per un attimo, affacciata alla finestra che dava sul sentiero che portava all’entrata.
E’ lì che ho parcheggiato la macchina, per tornare come un ladro a fare visita al nostro ricordo, cinquantaquattro anni dopo.
L’ho trovato coperto di rovi, carcasse di lavatrici, e di scoregge del tempo.
C’era anche un’agave sconfitta.
Mentre scendevo quei pochi passi, di getto, mi è venuto di cantare la stessa canzone di allora, a labbra strette. Immaginando tu fossi alla finestra come quella sera, gonfia d’estate, soda e colpevole di amarmi.
Ho spinto la porta sconnessa che, come allora, zuccava per terra su una piastrella lisa, proprio in quel punto. La stessa.
Forzando con decisione, per oltrepassare quel punto, lo scuro interno attaccato all’anta, ha sbattuto verso il muro, ed un eco secca, ha sbandato nella cucina vuota e sporca, e piena di monconi di biciclette senza ruote.
Per un attimo ho temuto che qualcuno potesse notare quella mia intrusione.
C’era anche un panchetto che ho rubato e sul quale sono seduto ora. In fondo, in un antro di macerie, un frigorifero bombato con la scritta Kelvinator arrugginita, colmo di camere d’aria. Alcune, riposte malamente dentro le loro scatole mezze strappate e altre ancora, perfettamente allineate in base alle misure. Altre ancora, sventrate.
Disegni osceni ed insulti urlati sui muri. Spero che nessuno mi abbia visto entrare di nascosto.

Quella sera eri appoggiata sul davanzale della prima finestra da sinistra. Le braccia intrecciate ti spremevano il seno fuori dai bordi. Eri come sulla cima di un’onda e vedendomi arrivare sembravi dirmi, vienitelo a prendere che è tuo.
Non me lo feci dire due volte. M’intimidiva spogliarti, anche se era mio diritto farlo.

Qualche giorno prima ci facemmo una foto insieme, mentre eravamo affacciati alla stessa finestra.
Non ricordo, chi l’avesse scattata. Forse uno di quei tre fratelli un po’ cretini, che abitavano nella contrada di fronte la nostra. Passavano puntuali, tutte le sere alla stessa ora, di ritorno dal mare con gli asciugamani accasciati sulle spalle dorate, e le caviglie piene di sabbia nera. Il più piccolo di loro portava sempre a spalla, una borsa frigo nuova e fiammante. Era la novità di quellestate. Non mancavano mai di farci una visita. Credo per guardare te, per come tu fossi abbondante.

Passarono anche quella sera, mentre Paolo veniva concepito. Uno di loro fischiò lontano dalla strada inghiaiata di ciottoli rossi. Si avvicinò molto, mentre a piedi nudi cercava i ciuffi di gramigna sui quali sostare in punta di dita, per non ferirsi. Il braccio destro indietro per controllare l’equilibrio. Lo vedevo di traverso, riflesso nel vetro della finestra aperta. Mentre quello ci chiamava, gli altri due rimanevano immobili. Erano fermi, pochi passi indietro a bocca aperta, ad aspettare che uno di noi si affacciasse alla finestra, che dalla strada non sembrava essere aperta o chissà.
Ma tu eri sotto di me, ed io dentro di te, e con il dito sulla bocca ridendo muta, miimplorasti con gli occhi targati di un garbato ebano nero, di non rispondere a quella chiamata.
Mentre la finestra ci vomitava la sera addosso, a tutto pensavo in quel preciso istante, tranne che mi sarei dovuto un giorno, separare da te.

Sul fare della notte, ho chiuso la porta. Fino alla mattonella bastarda, lasciandola aperta un pezzetto. Poi ho guardato la casa da quello stesso punto, verso la finestra, a cercarci.

Gossensas

Gossensass – Sud Tirol – 29 Gennaio 1956

Qualche settimana fa percorrevamo la strada provinciale che collega Smiljan a Štirovaca in Croazia. Io e il mio compagno di viaggio, provenivamo dalla casa natale del Professor Poropat. Quelli che tutti chiamano La foresta pietrificata, e che si incendiò circa 50 anni fa. A seguito del rogo morì il professore, il suo assistente e il suo progetto. Avevamo percorso gli ultimi 30 km di curve, adagiati dentro una gola morenica, di minacciosa e brutale apparenza. A quel punto ci volevamo orientare, ma soprattutto dovevamo passare la notte in qualche luogo caldo e riparato.

Lontano verso l’uscita di quel budello, vedemmo un bagliore elevarsi nel cielo e diventare sempre più vasto. Prometteva solo una cosa breve. Neve.

Appena la strada si aprì completamente a quella luce, trovammo un’ampia curva spiegata sulla destra. Parcheggiammo sul lato sinistro della stessa, osservando il panorama notturno sottostante. Disposto sotto la fine del declivio nel quale eravamo fermati, un paese con una piazza al centro. Fortemente illuminata. Al centro c’era il tendone di un circo a strisce color verde petrolio e crema. Una lunga fila di persone in piedi, si snodava davanti all’entrata sul lato sinistro dello stesso, nella paziente attesa di entrare.

Inforcai la macchina fotografica, cambiai l’obiettivo, mi accomodai con tutta calma sul ciglio di quella visione per osservarne l’intestino. Ora potevo vedere in maniera più ravvicinata, che una donna sembrava conversare con il primo di quella fila, in modo a tratti affabile e in altri meno. Esattamente sul lato opposto all’entrata del tendone, un cane saltellava attorno ad un gruppetto di bambini che sollevavano il telo per entrare ed uscire eccitatissimi.

Mentre con un occhio cercavo di valutare cosa sarebbe venuto, se avessi scattato le ultime immagini di quel rullino da quella distanza, l’altro cercava disperatamente per l’ennesima volta l’inutile complicità del mio compagno di viaggio. Max !…….Maaax !!… chiamai due volte, forse quattro e sempre più forte. Storcendo la bocca, e sputando seccato, distolsi lo sguardo dal mirino e lo vidi dormire in macchina con la sigaretta pencoloni. Mi rincuorai che non avesse visto niente , ne che dovessi per quello, convincerlo di qualcosa.

Rimontai in macchina e gli dissi seccato, spostati di là , che guido io. Scivolò lemme verso il sedile di destra e riprese la sua fatica. Con poche mosse, riposi la borsa della macchina fotografica sul sedile di dietro e ingranai la seconda. Un piccolo strattone, e la nostra Citroen glissò silenziosa in discesa verso la meta circense, mentre lui precipitava. In folle.

Non intendevo metterlo al corrente del programma che si stava delineando. Anzi il desiderio di abbandonarlo finalmente al suo destino era cosa fatta. Ero certo saremmo arrivati pari pari di fronte a quella fila in attesa di entrare. La strada naturalmente ci portò a quella piazza, e ai vicoli che la circondavano. Decisi di lasciarlo in macchina e andare in perlustrazione.

Pensai al suo ipotetico risveglio. Adorai l’idea che si sarebbe anche potuto spaventare non trovandomi, ricevendo una fragrante benedizione. Ci riservavamo spesso scherzi di questo tipo a vicenda. A volte anche più amari.

Accompagnai dolcemente la portiera della macchina per non svegliarlo, e all’ultimo la spinsi deciso con il sedere, senza fare rumore. Per completare l’opera, lo chiusi dentro a chiave e lo lasciai lì. Imboccai il primo vicolo che mi si parò davanti. In fondo vedevo il telone gonfiarsi, e il gioco dei lampioni sul tessuto. Ad aumentare la mia curiosità, ci si mise il gracchiare di un altoparlante. Qualche colpo amplificato copriva le urla e il vociare della piazza.

Arrivato sulla cantonata, vidi un tappeto di volantini bianchi a terra che a tratti si alzava riottando nell’aria, punzecchiato da folate di gelo e mischiandosi ai primi silenziosi fiocchi di neve. E ancora non avevo capito dove ero. Mi chinai, ne raccolsi uno e sul fronte retro trovai scritto quanto segue.

Il dottor Caligari vi invita ad esplorare la sua collezione di creature insolite. Dalle ore 19. In caso di neve o pioggia l’apertura del bestiario non verrà rimandata. Ingresso: un marco.

Stropicciando il foglio in mano, incominciai a fotografare la scena che vedevo davanti ai miei occhi. Appena svoltato il lato oblungo del tendone, mi apparve la fila che avevo visto dall’ alto del colle sovrastante. Deciso, mi diressi verso il suo silenzioso e composto inizio. Avevo pochi metri per vantare un balla e maritarmi con l’entrata, scavalcando l’ attesa di tutti. Madame era di spalle, e sembrava aver ormai fatto amicizia con il primo di quella, che vista da vicino, sembrava essere una fila interminabile. Ieratica ed algida. Gonna nera a palle bianche. Corpetto bianco a palle nere. Una candida stola di coniglio. L’incarnato del collo leggermente scoperto. Tacchi neri alti.

Puntai deciso verso di lei. Dovevo entrare a tutti i costi prima di tutti. Mentre le guardavo ipnotizzato le spalle e la crocchia di capelli bianchi annodati da un diadema, mi abbarbicavo per cercare una scusa degna di quel nome. Avrei risolto tutto nel momento in cui avrei aperto bocca. La conversazione con il primo della fila si interruppe, e quello vedendomi ormai prossimo e deciso, si azzittì. Strattonai la gola quasi a schiarirmi la voce, e quando mi trovai ad un passo dal suo collo di lapin, percepii che era intriso da una greve nube di violetta di Parma.

Tenevo la macchina al collo, e quando lei si girò, avevo già pronto in mano il biglietto da visita. L’ apostrofai con un pessimo gramelot.

Fraulein Caligari I suppose…

Lei mi guardò indispettita perché il mio tentativo di saltare la fila era evidente, patetico, tanto quanto insindacabile. Accennò un sorriso beffardo perché avevo mischiato due lingue, simulando una profonda e voluta ignoranza. Ma quando vide la tracolla della macchina fotografica e lesse sulla mia carta da visita che ero l’inviato del Süddeutsche Zeitung, cambiò registro. Le chiesi cortesemente il permesso di entrare per dare un occhiata prima dello spettacolo alle sue “famose creature” . Mi scusai per il ritardo, e mentendo vergognosamente, le feci notare che venivo da Gossensass apposta, e che ero un fotografo di madrelingua Italiana.

Lei sospese lo stupore. Girò e rigirò il biglietto da visita, quasi vedesse che in tasca ne avevo 30 di tipi diversi a seconda di chi dovessi infinocchiare. Una folata improvvisa le alzò il corpetto di coniglio, sbattendole un lembo violentemente nel viso. Fu un attimo decisivo, mentre il primo della fila sembrava volesse mangiarmi. Indispettita, rivolse a me in un pallido italiano, le uniche parole di risposta che ebbi da lei, e che non ricordo.

Con un largo gesto del braccio destro mi indicò la via per entrare, e mi concesse mezz’ora di tempo per fare i miei scatti. Con la coda dell’ occhio, seguitava a rileggere la mia carta da visita, non riuscendo ancora a capire come l ‘avessi fregata. La ripose con un gesto di esasperata e obsoleta eleganza, tra i seni ormai vizzi.

In poco di più di venti minuti ero uscito da un incubo, avevo mollato il tedio del mio compagno di viaggio, ero entrato da solo nel tendone in cui di fatto non sapevo cosa si celasse, lasciando che tutto potesse accadermi. Tracimai.

Percorsi quasi volando il corridoio di legno e vetro che portava verso il centro della struttura. Al suo centro, imponente e sgangherato, si ergeva un vagone delle ferrovie statali Polacche. Era stato piantato nel bel mezzo del tendone, ed aveva le ruote bloccate da pesanti e fragranti zeppe di cipressi d’Aleppo. Il cui odore era talmente forte da far pensare di essere entrati in una segheria.

Sentivo una corrente di aria calda venirmi incontro. Vidi da lontano, il Dottore andare verso l’uscita in maniera frettolosa, ed in direzione opposta alla mia. Mi scrutò, ma capii che aveva di meglio da fare e probabilmente aveva dedotto che se ero lì, era perché qualcuno mi aveva fatto passare. E tutto volevo meno che parlare con lui. Salii tre gradini che portavano ad una pedana di accesso al vagone. Alla fine di quella, fatti altri due passi, ero di fronte alla tenda di entrata. Oltrepassata la quale, mi accolse una folata di aria calda e umida. Ai miei occhi si svelò una serie infinita di teche, di oblò immersi in una silenziosa e totale oscurità ed illuminate dal loro interno. Erano abitate da oggetti e da insolite creature di rara e inquietante bellezza.

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Fatalia - A sort of lysergic reminders - Certaldo - Italy

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Il Cigno Nero – Imperfect Dancers Company

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Bisogna essere sinceri. Fare fotografia, e non fotografare, a volte è un privilegio. Permette di essere a contatto con situazioni e persone, che sfuggono a qualsiasi paradigma, e che sembrano apparire come irreali e inavvicinabili nella performance. Riprendere uno spettacolo teatrale, o in questo caso uno spettacolo di danza, è sempre un privilegio.
Il Cigno Nero di Walter Matteini e Ina Broeckx in prima assoluta al Teatro Verdi di Pisa .

Di solito, mi informo sempre come logico che sia, del contenuto di uno spettacolo prima di fotografarlo. In questo caso ho scelto, di non saperne nulla e in qualche modo di rimanere vicino ai ballerini, durante le due prove che hanno anticipato il debutto.

Per provare a condividere il senso della loro esperienza e del contenuto, e per essere dalla loro parte come uno di loro, o come uno qualsiasi “danzare” con loro. Forse nessuno si é accorto di me, ma io ero lì, con discrezione per 2 ore di fila, con loro. Tanto sono durate le prove. Per condividere qualcosa che per me non sarà mai possibile, e con i mezzi e le forze che ho a disposizione. Ero vestito di scuro per nascondermi tra le quinte e muovermi a mio agio. E arrivare a pochi metri da loro se necessario.
Il servizio è stato realizzato con la mera intenzione di non voler fissare nulla.
Cercando di cogliere ciò che non si vede del movimento. La sensazione di morbidezza, di elasticità, passione e trasposizione del dolore, che pervadono chi interpreta un ruolo così delicato come quello della diversità. Non volevo che i danzatori, rimanessero intrappolati in una immagine fissa e statica, tipica delle immagini scattate in teatro. Così eguali all’originale o diverse. Celebrative, a tratti inutili.
Questo ha consentito ancora meglio di entrare nella logica del Cigno Nero di Walter Matteini e Ina Broeckx .
Il Cigno Nero, è una storia fatta di separazioni, di rifiuti, di incomprensioni evidenti, e resi tragicamente veritieri dalla compagnia. Un “mosso” che stimola la percezione, che mi ha consentito di essere vicino a loro, di seguirli passo dopo passo, come un imprevisto con  cui doversi confrontare anche senza volere, e di cui divenire. consapevole obiettivo.

Per visualizzare la pagina del sito con le foto dello spettacolo, cliccare qui. 

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Il Cigno Nero – Imperfect Dancers Company di Walter Matteini e Ina Broeckx 

Coreografia Walter Matteini, Ina Broeckx 
Musica Pyotr Ilyich Čajkovskij, Massimilano Pace 
Scene e costumi Ina Broeckx
Luci Bruno Ciulli
Interpreti Ina Broeckx, Armando Rossi,  Julio Cesar Quintanilla Garcia.Maria Focaraccio, Kayla May Corbin, Katherina Nagui, Valerio Iurato, Alberto Poti, 

Timofej Andrijashenko, alla Teatro alla Scala. Milano

Timofej Andrijashenko

Abbiamo conosciuto Timofej Andrijashenko dopo un lunga attesa. Eravamo fermamente convinti che si trattasse di  un talento particolare. In questo abbiamo avuto sempre un po’ di fiuto. Lo avevamo notato in un servizio  fotografico realizzato da Federica Boncompagni. Le avevamo chiesto informazioni su di lui, sia per rispetto alla stessa, sia perché ci fosse chiarezza e determinazione nell’ottenere ciò che ci eravamo prefigurati. In realtà per sapere chi fosse sarebbe bastato qualche click. Dopo diversi scambi di email poco incoraggianti, fummo indirizzati presso il suo manager, Il Signor Paolo Boncompagni, organizzatore del Concorso Internazionale di Danza Città di Spoleto. Un altro “non a caso”. Decidemmo con rapidità, di concordare e realizzare un servizio fotografico per nostri scopi personali e dedicato alla lavorazione del marmo. La classicità, per quella sua innata e trasversale capacità di attingere e rigenerare stereotipi di bellezza, ancora oggi,  ancora oggi, di soddisfare gli obiettivi di chi la invoca. Per fortuna. Fin da subito, avevamo capito che Tima, sarebbe stato in grado di fare grandi cose. Preparato e programmato dalla sua insegnante,  Irina Kashkova , per una carriera di danzatore che sicuramente lo porterà lontano, Tima, nato a Riga in Lettonia, è stato per noi, una rara occasione di professionalità, rispetto e disponibilità.  Doti comuni a molti ballerini professionisti che provengono dai paesi dell’est, dove la danza è tuttora  uno stile di vita, ed un esempio da seguire.

Timofej Andrijashenko

 

Vittoria Ottolenghi, in una nota intervista, parlava “del disprezzo e dell’ indifferenza per la danza da parte della cultura italiana, perché è effimera”, diceva, “e quando è finita , è finita per sempre e non si ripone in uno scaffale come un libro”. Per questo, noi abbiamo scelto di lavorare il meno possibile nei teatri. Per noi un danzatore è qualcosa di speciale ed unico. Riprenderlo in luoghi insoliti,  addirittura antitetici, come negli scatti che abbiamo avuto il piacere di fare insieme di recente con Timofej e con altri, vuol dire, esaltarne al massimo le sue potenzialità, per legare la sua immagine in maniera indelebile, al nostro immaginario. Evocare la sua presenza in ogni luogo dove lo abbiamo ritratto, ci aiuta in qualche modo, ad onorare il mondo da cui proviene, cogliendone sfumature ed interpretazioni che in un teatro è difficile, se non impossibile valorizzare.  A Timofej abbiamo voluto dedicare una intera pagina del nostro sito, in occasione della  sua partecipazione, dopo appena cinque mesi alla Scala di Milano, nel ruolo di Albrecht, nel balletto Giselle, integrando la pagina con nuovi scatti.

Di lui dicono :

Timofej Andrijashenko, un danzatore molto giovane con potenzialità altissime – Francesca Pedroni

Timofej Andrijashenko, tall and blonde, stands out against the Italian look of most of the company, and is a handsome presence @gramilano

A Tima i nostri complimenti per la sua recente performance  al Teatro della Scala, e l’augurio di rivederci presto. 

 La Recherche Studio 2015

Angel

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Last night I had a dream. I went to visit my oldest daughter in her new home. She was selling land products at home. And the store was full of colors and scents of vegetables. Few things but very colorful occasionally watered with a hand gesture.

There were many people, but I could see that she was happy. During the lunch break, we sat facing each other. I saw that she looked over my left shoulder, silently smiling.
Then I slowly turned up, and I saw the face of a child. It was full of light, gelatinous and transparent, magnetic and enchanted. My angel, I supposed. Welcome back.

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Alì Baba – Compagnia Carlo Colla e figli

Ho varcato la soglia del palcoscenico del teatro, con qualche ora di ritardo e per colpa di un brutto risveglio. La compagnia aveva cominciato ad allestire lo spettacolo da un pezzo. Chi montava gli scenari, chi mi chiedeva cortesemente di non stare nel mezzo. Qualche saluto indifferente. Burattinai seri. In scena Alì Baba. Compagnia Carlo Colla.6
Nel cartellone della Compagnia di Carlo Colla e figli, solo per citare qualche titolo, Trovatore, Aida, Shéhérazade e Pétrushka. Da un lato del palcoscenico gli uomini intenti a montare gli scenari e in disparte dal gruppo, due donne che tirano fuori i burattini sdraiati dentro i bauli. Li “svegliano” con infinita pazienza, sbrogliandoli gli uni dagli altri. Li ricompongono come fanno le madri, con i figli al mattino.34
Sguardi che si incontrano compiaciuti. Le smorfie delle bocche, ed occhiate moleste sotto il profilo degli occhiali. Nell’aria un odore dolce di stoffa, di juta, di un qualcosa che è rimasto lontano. E quella straniata dolcezza che ispira un burattino a cui manca la parola e a cui verrebbe da dire, perché non ci parli ?27
Una terza donna un po’ defilata, porge il capo della stecca ad Eugenio, il patron, che seduto e infortunato ad una caviglia, cita, controlla e riprende paterno tirando le fila. Pian piano dalle numerose scatole escono fuori 120 raffinati personaggi.61
Alì, Morgana, Kassim, tre pecore e tanti asini. 40 ladri e un dromedario, dei canarini ed una voce narrante. E’ il burattino che riassume la storia. Quando son spente tutte le luci, entra in scena con un piccolo teatrino illuminato attaccato al collo. Evoca il teatro che lo sovrasta, e quello che in platea silenzioso l’ascolta.42
Racchiude i piani di un unico parterre. L’attore, la scena, il sogno. I burattini hanno barbe vere, capelli veri, età da briganti, occhi taglienti. Figuranti di strada e teste intagliate nel legno di tiglio. Un lavoro ossessivo e magnetico. Una volta sbrogliati li tengono appesi e fasciati dalle lenzuola, per tenerli buoni e perché non si perdano e non vadano in giro a combinare disastri.
Chiedo alle madri, se mai qualcuna di loro, si sia affezionata ad un personaggio in particolare . Io ne adocchio almeno un paio, che complice il buio, porterei via volentieri. Una pronta risponde, anticipando un pò troppo decisa le altre … no no sono tutti eguali per noi.54 copia
Era una domanda delicata, ma in famiglia accade spesso di sentirla. La terza da lontano sembra invece di parere diverso ma non riesco ad afferrare in tempo. Le solite preferenze. Gli uomini più in là, hanno quasi finito di sistemare gli scenari.
Un silenzioso glissare in su e in giù di scene rurali. Di chiostre e di notti stellate. La grotta dei ladri, i gioielli, e dietro in fondo per ultima, una macchina infernale che provoca il galoppo lontano, laggiù per fare terrore ai bambini. “Arrivano i banditi”.43
Non so bene cosa mi abbia spinto a venire fin qui. Io non ho ricordi di questo tipo, e non è di sicuro uno spettacolo per bambini. E’ uno spettacolo dedicato al candore di chi non rinuncia a sognare. Avrei solo una richiesta…nel blu del cielo notturno, per favore ci vorrebbero più stelle. Il resto è perfetto. Una delle tre donne, lamenta con piglio quasi sindacale, di non essere riuscita a vedere uno spettacolo dal lontano 1987. Perché come tutti i presenti, durante lo spettacolo muove i burattini. Decido di vedere solo il primo tempo dalla platea e senza fare foto, ed il resto dietro le quinte anche io insieme a loro. Solidarietà. Mentre lo spettacolo si avvia alla fine, e Margana fa la danza del ventre, in due in silenzio incominciano ad arrotolare i fili e riporre le marionette nel buio dentro le casse.
Gli va reso qualcosa credo, e questo è ciò che ho fatto per loro.PAO_8494
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White fish

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La barca scivolava via goffa e senza remi. Lui non poteva dirigerla, e sperava che si arenasse sulla spiaggia che si parava di fronte ai suoi occhi. Era prossimo ad un isola.

Una piccola insenatura apparecchiata davanti a lui, preludeva ad un crocchio di case sulla sinistra. Sulla destra un piccolo cimitero, con dei maestosi cipressi. Qualche palazzetto con un unico balcone al centro. Da uno di essi gli parve di vedere una donna intenta a guardare altrove, e nella quale notò una indifferente somiglianza con sua madre. All’interno alcune tende sventolavano grasse. L’acqua immobile, era verde smeraldo. Per raggiungere la riva ci mise ancora del tempo. Appena sentì toccare sotto la chiglia, saltò in acqua come se camminasse su degli spilli. Si era rimboccato i pantaloni per non bagnarli. Altri non ne aveva.

Proprio di fronte al cimitero, dove la barca aveva puntato da sola, c’era una doppia scala che affogava nell’acqua da un tempo inalterato. Una da destra e una da sinistra. Affioravano dal peso dell’acqua entrambe intrise di melma e di alghe. La percorse a mani alzate per centrare l’equilibrio e quasi in segno di resa. Si volse poi scalzo, verso il piccolo cancello di entrata, da sempre spalancato sui vivi.

Nessun fiore fresco, nessuna presenza. Fu subito attratto da una tomba con una lapide a rilievo in fondo al viale alberato. Una enorme piovra scolpita nel marmo, stava stringendo con dei potenti tentacoli una barca avvolgendone il fasciame, blu e corrotto. Dalla barca fuoriuscivano dei piccoli pescatori terrorizzati, che erano nell’atto di saltare in mare per salvarsi. Erano vestiti tutti in maniera eguale.

Alcuni di loro, vedendolo sostare di fronte alla lapide, erano riusciti a saltare giù dalla barca. Gli corsero incontro, ma erano talmente piccoli, che non era in grado di capire cosa dicessero. Gesticolavano indicando la scena, e supplicandolo di dare loro una mano. L’enorme polpo, lo fissava torvo con un unico occhio posto frontalmente, mentre i tentacoli stringevano la barca, oramai completamente in suo possesso. Gli bastò fare un passo, che l’animale cominciò a ritrarsi, e una dopo l’altra, le lunghe braccia coperte di ventose, svanirono ipnoticamente nell’algida lastra.

Per ultima, la testa e poi l’occhio furioso.

I sopravvissuti, giacevano esausti. Alcuni erano seduti sulla lapide con le braccia diritte e i palmi aperti, e si godevano il tepore del marmo , e quello di una ritrovata vita. Toccata dal sole, l’acqua salmastra di cui erano zuppi, lentamente si asciugava sulla superficie biancastra, evaporando a vista d’ occhio. Due di loro gli corsero incontro. Uno dei due, si arrampicò rapidamente attaccandosi ai pantaloni, e rimase affacciato con il corpo al caldo, dentro la sua tasca destra. L’altro più giovane, salì fino al collo e allargando le braccia riuscì solo a pizzicare la pelle, lasciandoci un bacio.

Rivolse lo sguardo verso il piccolo villaggio, dal quale ancora non vedeva arrivare alcun segno di vita. Camminava lentamente, appoggiando i suoi timori alle cantonate. Imboccò l’unica via di entrata e si fermò di fronte alla prima casa che trovò alla sua destra. L’uscio era aperto, un odore caldo ne usciva deciso. Varcò la soglia. Era la casa che aveva sempre desiderato. Calpestando l’impiantito, composto da grandi pietre levigate, entrò in una vasta cucina. Un pavimento lucido e diseguale. Un soffitto basso, pareti dimenticate, mobili vecchi e sfiniti.

Nessuna suppellettile, e un grande lavandino in pietra di fronte al quale una anziana donna, silenziosa e di spalle, era intenta a preparare un pranzo. Un flebile scroscio di acqua, interrotto dalle mani, puliva il cibo che lei non aveva mai amato preparare.

Indossava una vestaglia blu che lui, conosceva assai bene. Pensò, si disse, che quella potesse essere sua madre mentre era intenta a preparare il suo pranzo. Lei annuì nello stesso momento in cui quel pensiero si affacciava nella sua testa. Senza voltarsi e senza parlare, e con un gesto di cui a lui parve di capire completamente il senso. Si sedette a capotavola, di fronte al silenzio dell’unica porta finestra, dalla quale si vedeva il mare. La barca svogliatamente custode della sua speranza, non si era ancora arenata. Ad ogni onda che si scaricava sulla riva, corrispondeva il suo ciondolare scomposto. I pescatori a capo chino, con un timore quasi reverenziale, lo avevano seguito fin dentro la casa in silenzio. Si erano stesi in cerchio di fronte a lui sul tavolo. Il più sfrontato si fece avanti e gli chiese di raccontare loro una storia. Guardandoli con attenzione, uno dopo l’altro, si schiarì la voce e gli raccontò la storia del pesce bianco.

Si trattava di un pesce realmente vissuto. Era di un colore bianco candido, ed era l’unico ad essere cosi. Era molto grande ed elegante. Un giorno fu tratto in una rete di pescatori, in un isola lontana, simile a quella in cui si trovavano in quel momento. Quando fu sbrogliato dalla rete, si rivolse gentilmente ai pescatori parlando la loro lingua. Chiese loro perché lo avessero pescato, e soprattutto, che diritto avessero di ucciderlo, e se questo fosse unicamente per soddisfare il loro palato.

Loro rimasero terrorizzati dall’idea che un pesce parlasse, ed interpretarono questo, come un ammonimento fatale.

Guardando i pescatori che erano sul tavolo, e che lo ascoltavano attentamente, disse loro che la piovra era stata la loro punizione. Anche se sapeva benissimo, che avrebbero continuato a pescare. Interpretò il silenzio della donna, sempre voltata di spalle, come una approvazione. Lei senza voltarsi, fece per uscire dalla porta, lasciando sul piano di marmo, i piatti con il cibo lavato, e in altri quello già pronto da mangiare. Aveva finito. Lui sentì il desiderio di parlarle e di essere corrisposto. Inutilmente. Con una mano appoggiata allo stipite sinistro dell’uscio, mentre con l’altra cercava nel vuoto l’equilibrio, la donna si diresse verso la spiaggia con una flemma claudicante, e senza mai voltarsi, scomparve dalla prospettiva. Svanì.

I pescatori le corsero dietro, convinti che fosse nella barca, che staccatasi dalla riva era quasi in mare aperto, trascinata via dalla corrente e dal mare che incominciava ad incresparsi. Gettarono inutilmente la rete per riprenderla.

Quando sentì alle sue spalle un brusio. Un coro muto gli parve provenire dalla stanza accanto.Ne aprì l uscio, e vide sua madre che lo guardava e gli sorrideva, felice di avergli fatto uno scherzo, di cui non riusciva a capire il senso. Era in piedi, in mezzo ad un semicerchio di donne sedute tutte nella stessa posizione, e a cui stava dicendo qualcosa. Avevano le bocche cucite da uno spago morbido e sottile. Lei serena in piedi tra loro, guardandole in alternanza, spiegava che la colpa era di tutti. Erano le mogli dei pescatori. Quelle che avevano cucinato il pesce bianco

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Zastava Orkestar

Imagine a band of twenty wild musicians in a procession. Imagine them coming down a dark alley on a summers night.
With lots of people on balconies and against the walls to let them by.
To noisily enter a square, nearly marching, one of those squares with the walls drenched in the moonlight of a Julys full moon.

Imagine the furtive looks between them as, holding hands they form a circle to keep the greedy and hungry crowd at bay.
And they haven’t even began.

Imagine a sudden silence and the trumpets blowing, while a girl holding batons with flaming ends, spreads the smell of kerosene and flames to keep the onlookers away as if they were hungry wolves.
In the center sits Bubo, the oldest, keeping time he taps his foot patiently, gently, and watches the crowd knowingly. He is already sweaty and tired, in a short while the square will no longer be the same.One square, one uproar.
All of a sudden a trumpet solo, and then all together searching for a riot of notes.
And the crowd hit with a shiver, relax and enjoy.
Shouts with a touch of drunkenness, people pushing, unleash and wish to make love to the sax and burn in the fire.The sax turns and sends them away scolding them with notes.Low and sensual, curvy like the flesh of a bed.
A man with a red rimmed black hat stands in the middle, giving orders and while spitting fire up to the sky, the music bursts out.

This is Zastava Orkestar

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Daria Bignardi vs Signorini

Gentilissima Daria Bignardi,
Le scrivo a seguito della puntata televisiva da lei condotta questa settimana, e all’intervento del Sig. Signorini. Non guardo mai la televisione, e raramente mi capita di seguire qualche talk show. Letterman in assoluto è il mio preferito tra i possibili. E lei. Ricordo in passato di aver vista qualche sua puntata, e qualche memorabile intervista, degna di essere accostata al titolo e al film, per cui il rimando della sua trasmissione, si era dimostrato pertinente e inevitabile, sin dall’inizio della serie.
E’ veramente un caso che io prenda carta e penna per scrivere, ma la solitudine in cui vivo, mi rende indispensabile questo atto. Sono di carattere difficile, per la vita che ho condotto, e non certo per essermi meritato tale. Per essere chiari e sintetici, quanto possibile, ho trovato la sua intervista al Signorini veramente sgradevole. E vado ad elencare le mie motivazioni.
Tra tutte le cose che non mi sono piaciute, senza nulla togliere ovviamente al Signorini il diritto di esporle e di affrancarsi dal suo passato, ho trovato veramente obliqua tutta quella parte che ha riguardato le scelte sessuali del suo intervistato. Mi chiedo, senza retorica, cosa a noi possa interessare (spero ovviamente senza la presunzione di essere stato il solo, ad aver quanto meno avvisato disagio ) circa le prime esperienze pratiche del Signorini, e sono rimasto infastidito dalla insistenza, ma soprattutto da quell’ostentazione che voleva parafrasare la sua presunta libertà di espressione, circa le sue prestazioni, e che si evince dalla quantità di dettagli, che lo stesso ci ha fornito. Non riesco a capire infine come una persona, oggi possa definirsi sulla base delle sue scelte sessuali. Questo può rappresentare un valore sul quale postare il proprio posto al sole?
Perché mi chiedo, quanto sarebbe stato interessante se il successivo ospite Dario Argento, ci avesse spiegato le sue iniziazioni al sesso ( come etero convinto e con la stessa dovizia di particolari ), se sarebbero state accolte con lo stesso interesse. E se lo avesse fatto, questo veramente avrebbe potuto avere una valenza di interessi da parte di chi ascolta ? NO.
E ci sarebbe sembrato fortemente inopportuno. Qui ovviamente non stiamo parlando delle tette della Gradisca, ma delle pugnette del Signorini, quanto a suo stesso dire, e delle sue tecniche solitarie.

L’errore palese sempre a mio giudizio, di molti omosessuali è proprio il bisogno di ostentare e di dichiarare la propria appartenenza, come un elemento indispensabile da propinare al prossimo, e sul quale far leva per…
So perfettamente di andare in controtendenza. E non me ne preoccupo, sebbene il mio curriculum sia sicuramente più variegato, ma ahimè, meno blasonato di quello di Alfonso.
Ma stento a credere che si possa accettare una persona, in quanto omosessuale, semplicemente perché per affermare questo suo sacrosanto diritto, abbia patito delle sofferenze, delle umiliazioni da parte della così detta, società civile. Tanto varrebbe essere celiaci, ipocondriaci, morti di fame o vivere in un seminterrato per definirsi a questo punto. Ma sicuramente con minori possibilità di ascolto e di pubblico.

Se la sceneggiata fosse stata imbastita da Busi per esempio, l’avrei accolta tout court.
Perché Busi è in primis una persona che esprime se stesso attraverso una complessità e una verve che Alfonso non sa cosa sia. Ma soprattutto perché Busi è contenuto e contenitore. E’ cosa facciamo di noi stessi per gli altri, ( e non a letto ) che fa la differenza per essere apprezzati o rifiutati nella vita, o come me ignorati. E’ dal nostro livello di capacità di tradurre il nostro percorso, dal nostro cercare di strapparlo alle nostre manchevolezze e inadeguatezze, e dalla capacità che abbiamo nel farlo che si vede chi siamo, la nostra preparazione, il nostro desiderio di esprimerci, e dalla profondità dello stesso che nasce la nostra differenza e bene augurabile diversità.
E veniamo in questo modo al punto anche più dolente. Il Signorini, ci dice che, e lo sappiamo bene , è direttore di una testata di gossip.
Una volta erano giornali che si trovavano in portineria o dal barbiere senza offesa verso quelle categorie. Ma è solo per sottolineare che stiamo parlando di riviste dedicate ad un pubblico che della curiosità ha sempre fatto una virtù, e che una volta letti venivano usati per ammazzare le mosche o riempire le scarpe quando si bagnavano.
Il Signorini oggi ce le ri-propina intrise di quel pettegolezzo tipico dell’ Italietta Badogliana e pressapochista che ci ha ridotto al punto in cui siamo, e su qualsiasi fronte abbia combattuto a quanto pare. Infiniti pruriti, e mentori di grandi bellezze hollywoodiane, ci suggeriscono che potremmo chiudere un occhio, ma io sinceramente li chiudo entrambi e non vedo neanche perché io debba prendere in considerazione l’attività del suo intervistato che una volta dismessa, pare tra 5 anni, al contrario di Busi, non lascerà traccia alcuna.
Ci dice, sempre lui, di aspirare al silenzio una volta finita la sua saga dei suoi inutili mastruzzi editoriali. Questo mi pare sia stato l’unico momento di gloria di Alfonso, che è sembrato, finalmente percorso dal fremito di una fragilità umanamente impeccabile e toccante.
L’intera operazione è parsa alla fine, imposta e suggerita come a far passare un personaggio colorito, mostrandoci semplicemente il suo scialbore e la mediocrità delle sue prestazioni. Anche quelle onanistiche, di cui il nostro già stressato inconscio avrebbe fatto volentieri a meno, a scanso di visualizzazioni veramente poco stimolanti da un punto di vista erotico, stimolandoci a trascorre “quella ventina de minuti de trasgressione”, che tutto è stato men che una boccata d’aria.
Sapere se Dudù è gay non ci ha rallegrati in nessun modo, e tantomeno sapere delle bisbocce con la di lui padrona, a suon di bottiglie di amaro. Tutto questo veramente deprimerebbe, anche senza condizionale, l’esistenza di qualsiasi ascoltatore che avesse a cuore la sua salute mentale e il suo credo personale, sempre che ne abbia uno, e sappia dove alloggi.
Il massimo è stato toccato, quando lei, finalmente, le ha fatto notare al Signorini come non potesse lamentarsi,mi pare, delle “invasioni” nella sua privacy e del suo compagno noto senatore Pdl , dopo aver passato una vita a ficcanasare nelle vite altrui. Alfonso, visibilmente in difficoltà è parso essersi reso conto di quanto ci sia superfluo in veste di direttore. In questo, lei è stata infinitamente Daria, e la ringrazio, ma è stato solo il passaggio di una cometa.
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Lo sciamano

Quando, sul finire dell’anno, mi fu proposto di andare in montagna, sulle prime ero veramente indeciso. Poi ad un tratto, mi era balenata in testa la parola Ent.
Pur sapendo che non si trattasse di veri Ent, l’associazione successiva fu quella degli uomini vestiti di erba, della comunità Ladina. Il terzo e finale step, fu collegare tra loro quelle chiamate, e unendole scoprii il carnevale Ladino. Si celebra proprio in Trentino dove mi dovevo recare, e si nutre di questi personaggi. Uomini alti vestiti di muschio, si erano improvvisamente affacciati nella mia testa, misti a ricordi e sensazioni di magie malvagie, benevole e silvestri, di un racconto di Buzzati. Ma sono sicuro che ci fosse anche dell’altro. La chiamata era fin troppo evidente perché io vi rinunciassi.
Decido di unirmi al gruppo e di partire. E di non raccogliere altre informazioni, lasciando al caso il resto. Questo è il resoconto.

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Un viaggio riposante e un arrivo al mattino, senza particolari eccitazioni.
Mentre il gruppo che accompagnavo si precipita sui campi da sci, scelgo di andare in alto fin dove la luce del giorno mi potesse consentire di fotografare e ritornare in tempo per la cena.

Scorgo sulla sinistra della strada che mi porta al passo, un fiume adagiato in una forra scura e gelida. Un imperativo fermarsi. Accostata la macchina con due ruote nella neve e due sull’asfalto, scendo a fotografare il ghiaccio con la parola ENT in testa.
Poi al Lago di Carezza coperto di ghiaccio anch’esso. Decido che quello potrebbe essere il posto dove fare le foto notturne, luna piena volendo. Torno a valle che ormai è buio con la sensazione di aver afferrato poco.
Ci dormo su, e la mattina dopo, mentre il gruppo va a sciare, zaino in spalla chiedo al tipo della reception dell’ Hotel, se sa indicarmi qualcuno che produce maschere di legno.
Mi dice che devo andare al museo delle tradizioni Ladine. Lassù, in alto al paese, spiegandomi la strada su una cartina. Camminata di 2 km.

Il museo è recente. Molto bello. Cerco di attaccare discorso con il bigliettaio che non mi considera. Tutti i reperti esposti, i vestiti, le maschere, gli attrezzi, i mobili, emanano una magia particolare almeno per me che cerco i miei link interiori.
All’ultimo piano nascosto dietro una parete di cartongesso, trovo a sorpresa il Salvan … l’ Ent.
Interamente ricoperto di muschio secco, naso e viso pronunciati, che nel ricordo somiglia ad una composizione dell’ Arcimboldo, mi pare, mi fa capire, che non sono arrivato fin li per caso.

Il salvan

L’ostacolo evidente a quel punto, diviene trovare qualcuno che produce le maschere. Scendo di nuovo all’ingresso per uscire, e i bigliettai sono diventati due. Uno giovane, l’altro più vecchio con faccia da sindacalista.
Mi complimento per il museo. Ma, non è loro e quindi, non gliene importa nulla.
Alla mia domanda su chi produce le maschere, mi dicono di andare giù in paese dove ci sono i negozi di souvenir.
Mi sto per arrabbiare, e dico al giovane, che se prova ad ascoltarmi forse comprende la mia richiesta. Stizzito, mi risponde che le maschere le fanno a Penia, pochi km lontano. Corro in albergo prendo la macchina e vado a Penia. Entro nel bar che mi è stato indicato.
Penso, se prendo qualcosa, magari, saranno contenti di darmi qualche informazione.
Mentre sto per chiedere alla signora di farmi un caffè, noto su un lato un tavolo con tanta insalata, un vecchio e i due nipoti che si sono messi a tavola per il pranzo. Mi coglie una nostalgia infinita, per ciò che di più caro esiste. Chiedo alla signora se posso mangiare anche io e che non voglio più il caffe. Rimango in disparte per poterli guardare, e a distanza mangiare con loro.
Sono seccato di apparire come un turista per l’ennesima volta. La sala è vuota, tranne una donna sulla quarantina, che sola come me, ascolta la musica in cuffia.
Pochi km più in là, la gente si massacra per prendere lo skilift. Mentre mangio, cerco con gli occhi tracce di maschere, ma non ne vedo. Forse ho sbagliato posto. Alla fine deciso mi avvicino al bancone e chiedo informazioni. La signora mi dice che quelli che fanno le maschere lavorano tutti negli impianti di risalita, e che non troverò nessuno a casa, fino a sera… Buco nell’acqua.
Esco per fare due passi, e divento all’improvviso, quello che era entrato poco fa, nel bar alle mie spalle.
La signora che stava al tavolo di fronte, uscita anche lei, mi indica la casa di uno che fa le maschere.. Andrea il più bravo. Abita nella casa celeste alla fine del paese. Arrivo fin lì dopo aver attraversato l’antico borgo, e non trovo nessuno. Vedo una cantina aperta, dalla quale esce il fumo dello stallatico. Qualcuno spala dentro. Busso e propongo la stessa domanda.
Mi dice di andare a trovare Enzo che sta in quella casa laggiù, vicino al ponte di legno sul canale, oppure da Andrea in piazza a Canazei, di fronte a San Floriano.

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Vado da Enzo, suono al portone, risponde al citofono e mi butta giù senza attendere che io riesca a dire qualcosa di convincente.
Non so cosa fare, se suonare di nuovo, o attendere o andare via. All’improvviso si apre il portone dello stabile, e si affaccia un uomo minuto e appuntito come una matita. Si appoggia allo stipite della porta a braccia conserte, con il fare di uno che vuole provocare. Solo allora capisco di essere su una strada complicata e piena di prove da superare e mi chiedo, perché dovrebbe essere diversamente.
Gli dico che sono un fotografo, e lui mi dice, ah…lo so bene! Senza accennare un sorriso. Venite tutti da me, prosegue, che sono il presidente dell’ associazione delle maschere, ci chiedete di fare le foto e poi scomparite. Uno, lo scorso anno, aggiunge strafottente, è venuto, ci ha fatto le foto e poi ha mandato qualche scatto, e ci ha detto che se volevamo il resto, le dovevamo pagare. Questa l’ho già sentita….
Poi mi dice, che ora le maschere non si possono vedere, perché sono tutti al lavoro, e che se voglio, torno nel periodo di carnevale. E due.

Gli spiego, quasi con reverenza, che sono venuto lì per via della luna piena di domani e che a carnevale non so se potrò tornare..
Ci scambiamo i numeri, abbozzo delle scuse a nome della categoria. Me ne vado da Andrea.
Fatto qualche chilometro, mentre cercavo di ricordare una casa che avevo visto all’andata tutta circondata da tronchi di legno, suona il telefono. Il presidente dell’associazione delle maschere di Penia, si era reso conto di avermi trattato male e mi vuole regalare un bel libro. Torno indietro, perdo la casa che volevo fotografare, e una volta ritirato il bel volume, ringrazio e vado da Andrea.

Ricordo solo il nome della chiesa. Parcheggio lontano e vado a piedi.
E’ già pomeriggio inoltrato. Lungo il cammino, una famiglia di napoletani mi ferma nei pressi di un giardino, in cui sono esposte delle opere artigianali in rame battuto e rivettato.
Si tratta per lo più di “tabernacoli” pagani, in cui sono raffigurati in maniera ossessiva animali in prevalenza galli e uccelli. Nella parte bassa ci sono delle macabre teste di bambola inserite sul corpo anch’esso fatto di rame. Appaiono essere dei pupazzi, simili a delle macumbe, più che a dei figuranti, o Lari. Credono i napoletani, che io sia l’autore di quella roba, e mi chiedono i prezzi. Mi hanno già seccato.

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Rispondo in inglese che non parlo italiano. Arrivo alla chiesa e il negozio che cercavo, è chiuso.
Scorgo sul lato opposto un ragazzo sulla trentina. E’ molto alto. Indossa dei pantaloni di fustagno nero, di almeno due misure più grandi, e con una banda laterale ancor più nera.
Gli occhi cerchiati da un incarnato più chiaro. Come di chi sia solito proteggersi gli occhi, dal sole montano. Mani affusolate lunghissime. Un corpo e una ossatura esile e ciondolante, dentro vestiti grandi il doppio. Leggermente incurvato sulla schiena, tale da farlo sembrare quasi figlio di vecchi.
Lo apostrofo da lontano, mentre deciso sta per entrare nella porta di un albergo.
Mi guarda mentre seguita a salire quei pochi gradini che parano all’albergo, di cui ho capito, è il portiere. Mi fa cenno di avvicinarmi e di entrare e di seguirlo. Gli spiego cosa sto cercando. Mi dice senza parafrasare, di non andare da Andrea perché fa roba dozzinale, ma da Claus Soraperra.
Il nome mi piace, anche se so che non lo ricorderò con facilità. Mi spiega pazientemente, dove trovarlo e me lo scrive su una cartina, e mi da anche il suo numero nel caso io abbia problemi a trovarlo. Attraverso tutto il paese indeciso, se seguitare a dare retta a quella catena di
Sant’ Antonio, o riconoscere che sto perdendo il mio tempo sapendo per giunta, di potermelo permettere. Gli unici 4 giorni di vacanza, in un anno intero.

Aiutato dalla cartina arrivo a casa di Claus. La casa è tutta affrescata esternamente. Sono affreschi recenti che mostrano il papà di Claus, raffigurato insieme ad un noto fotografo delle Alpi, tale Dantone.
Il primo che immortalò queste montagne, su lastre fotografiche di vetro.
Dopo un periplo di scale, una ragazza mi apre la porta affacciata su odori di porri a bollore, e mi riporta di sotto, dove si trova la cantina di Claus. Questi è il figlio di un padre, famoso scultore locale, il quale mi dice che lo stesso, si è gravemente ammalato.
E’ tornato dall’ospedale il giorno prima, e non vuole vedere nessuno.
Gli spiego che non voglio disturbare, e il motivo della mia richiesta. Faccio uno sforzo ancora, cercando di aprire uno spiraglio circa le mie intenzioni, e gli spiego che fotografo nelle notti di luna piena, e che avrei bisogno di una bella maschera da utilizzare stanotte.

Come folgorato, zittisce e quasi toccandomi con la mano, e tenendo il braccio teso, sospendendo per qualche secondo il dialogo. Puntandomi l’indice, come mi conoscesse da una vita, mi dice, che la persona giusta è Fulvio. Abita nel paese dove sono alloggiato. O almeno molto vicino. Mi dice che Fulvio, è uno sciamano. Un personaggio del posto, e di chiedere all’albergo dove sono ospite affinché qualcuno, mi possa indicare dove vive, perché lui non lo sa.

Incomincio a nutrire qualche speranza, e al tempo stesso mi sento carico di quella stanchezza che partoriscono, a volte, i dubbi. Come se stessi forzando la mano. Decido che dopo il prossimo passo, mi fermerò qualsiasi esito negativo, mi avesse dato la ricerca. E’ ormai notte. Fila lunghissima di macchine per ritornare in albergo.
Arrivo che gli sciatori sono rientrati. Prima di salire in camera vado dal direttore dell’albergo, ringraziandolo per avermi indicato il museo quella mattina, e che quel primo passo mi aveva infine condotto a casa di Claus, ed è sottointeso che, ora stava a lui girare l’ultima carta.
Dal mio sguardo capisce che deve farlo subito e non domani mattina. Mi conferma che Fulvio lavora alle funivie, ma a quest’ora sicuramente lo trovo a casa. Ci vada direttamente, mi suggerisce. Preferirei chiamare, gli rispondo, visto che mi ero imposto di non proseguire di fronte a qualsiasi esito negativo. La telefonata avrebbe potuto lasciare aperto qualche varco.
Cerca il numero. Mentre parla, non posso fare a meno di pensare, che sta li in quell’ufficio dal mattino alla sera, e che è pieno di tic. Mi fa venire voglia di imitarlo, o almeno di provarci una volta in macchina o in camera. Per capire cosa si prova.

Mi scrive il numero, ma è mancino. Alcuni numeri sono scritti male e una volta provato a chiamare mi dice che il numero è inesistente.
Sono sul letto scoraggiato. Ormai sono le 18. Chiedo ad uno del gruppo, se mi accompagna a casa del tipo.
Se qualcuno, lungo la strada, mi desse delle indicazioni a voce, sicuramente non capirei.
Ho problemi di memoria, e la mia breve, è anche più corta. Poi non ho più gli occhiali e non ci vedo di notte. Uno di loro decide di accompagnarmi e di guidare. Accende il navigatore, ma non trova la strada. Penso tra me, che di sicuro ci sarà qualcuno che a quest’ora, porta a fare la pipì al cane. Appare a pochi metri una donna con un lupo al guinzaglio. Accostiamo e le chiedo se cortesemente, mi sa indicare la casa di Fulvio. Quello che fa le maschere. Mi indica quella finestra li… quella accesa. Non ci vedo, ma la vedo appannata, a poche decine di metri. Suggerisco a chi mi accompagna di accostare e di aspettarmi in macchina, e che poi lo avrei fatto entrare ad un mio segnale.

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Penso che non ci si presenta sul far della notte, in due, a casa di sconosciuti. Suono.

Mi viene detto al citofono, stravolto da sinistri sfrigolii elettrici, di entrare e accomodarmi. Varco in un ingresso angusto, dai soffiti bassi e le cui pareti sono avvolte da decine e decine di pietre e di minerali. Un grosso baule di legno, chiuso con un lucchetto sulla destra, e dei gradini sulla sinistra, costruiti con sassi di fiume.
Dall’ alito caldo della scala, proviene un ciabattare in discesa, anticipato da un urlo..Arrivo !
Compare davanti a me un omino basso con dei lunghi baffi e pizzetto che ricordano Asterix. Rosso in viso e la cima della testa bianca. Tipica colorazione di chi sta tanto al sole con un berretto. Dentro una voce mi dice … ci siamo.

Gli spiego il motivo della mia visita. I suoi occhi si illuminano, e mi apre un baule pieno di maschere. Mi scuso per l’orario e gli dico che fuori qualcuno mi aspetta in macchina e che non vorrei fargli perdere tanto tempo. Mi dice di chiamarlo e di farlo entrare.
Andiamo tutti nel suo laboratorio pieno di ciocchi di cirmolo. Sgorbie, scalpelli e trucioli. Qualche figura abbozzata. Vorrei fermarmi a lungo.
Poi via nella cantina, dove tiene i diavoli vicino alla caldaia.
Per ultimo in cima alla scala, appesa ad un chiodo, la maschera di uno sciamano con la testa piena di piume di fagiano.
E’ lui. Ma ancora, non oso chiedere. Ci porta di sopra, dove probabilmente vuole sentirci parlare e guardare negli occhi.
Si entra in una stanza tutta foderata di legno e di affreschi su legno. Dietro la porta una stufa di terracotta grossa quanto un armadio. Si scoppia di caldo.
Gli spiego che fotografo spesso nelle notti di luna, e che sono alla ricerca di qualche artigiano del luogo, che mi possa prestare una maschera per fare degli scatti. Lui stesso, per me sarebbe stato giusto per le mie foto, e gli chiedo di scusarmi per la stranezza delle mie richieste.
Mi risponde che in ciò che chiedo, non c’è nulla di strano. Anzi.
Dimostra di sapere perfettamente, cosa mi piace e cosa no, tra le maschere che avevo visto.
Si alza e prende lo sciamano.
Poi mi dice: il bastone intagliato che hai visto di sotto non lo vuoi vero ? Si.. non mi piace rispondo… è troppo elaborato tanto che mi pare finto. Hai ragione, mi dice, anche a me non convince. Sapeva già tutto. Prende uno scatolone, ci mette dentro lo sciamano e la faccia di radici con una pelle di volpe .
Riportamele domani sera a quest’ora.

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Ricordo che uscimmo da casa di Fulvio, per tornare in albergo, che era ora di cena. Sopra di noi, un cielo in transito e un infinito alternarsi, di nuvole e pallori. Dopo cena, andammo a fare le foto, all’inizio sotto la pioggia, e poi salendo fino a 1700 mt al Passo di Carezza, sotto folate di vento gelido misto a neve, e improvvise schiarite che facevano correre le nuvole stracciandole sulle creste.

La sera successiva, tornai alla stessa ora del giorno prima, a riconsegnare le maschere.
Gli feci vedere gli scatti della sera precedente, e ne rimase colpito. Mi disse di sentirsi poco bene, e mi chiese, se fossi in grado di camminare per un’ora nel bosco. Risposi, che se non si sentiva bene, avremmo potuto rimandare tutto, alla prossima volta.
Allora cominciò a raccontarmi di tutti i posti magici dei dintorni, dove saremmo potuti andare.
Presi nota.

Alla fine, prima di lasciarci, ricordo mi chiese cosa io avessi sognato la notte precedente. Nessuno di noi era stupito.
Gli dissi di aver sognato 10 navi che erano in fila, in attesa di attraccare al porto della mia isola.
Su di una, la prima, c’era mia figlia che non vedevo da tanto. Era dentro un sanatorio abbandonato, e la stavano per dimettere. Era guarita. Poi ci fu una seconda parte del sogno che non riuscii a raccontare.
Mi disse che le dieci navi, erano novità in arrivo e che non sapeva se fossero buone o cattive.
Ci lasciammo con la promessa di ritrovarci presto. Quando la betulla avrebbe cambiato la corteccia.

La prima volta che andai lassù, avevo 17 anni. Con il Club Alpino.
Avevamo le calze di lana lunghe fin sotto il ginocchio, sempre coperte di neve ghiacciata, che mettevamo ad asciugare sui caloriferi, insieme alle bucce di arancia.

E scarponi, pieni di grasso di foca.
Mia madre, si era fatta prestare per me, i calzoni da sci perché non potevamo comprarli.
Di quelli che avevano una fascia elastica che correva sotto la pianta del piede.
Una notte, per gioco, facemmo una seduta spiritica, e mi spaventai.
Ricordo che era una notte di luna come quella, e che ad un tratto scappai, e abbandonai il tavolo.
Avevo “chiamato” mio padre, e mi aveva parlato. Era morto da tre anni. Seduto in quel largo vano che, nelle case di malga separa le finestre di dentro da quelle di fuori, guardavo la valle sottostante sbandare, in qua e in là sotto la luce lunare.
Qualcuno mi teneva da dietro, stringendo il diaframma. Forse era mio fratello. Svenni.

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