{"id":2732,"date":"2017-11-18T09:25:15","date_gmt":"2017-11-18T08:25:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/?p=2732"},"modified":"2021-08-08T18:24:02","modified_gmt":"2021-08-08T16:24:02","slug":"ardea","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/ardea\/","title":{"rendered":"Ardea"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2017\/11\/grottammare-agosto-1962.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-2734\" src=\"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2017\/11\/grottammare-agosto-1962-300x209.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"209\" srcset=\"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2017\/11\/grottammare-agosto-1962-300x209.jpg 300w, http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2017\/11\/grottammare-agosto-1962-768x534.jpg 768w, http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2017\/11\/grottammare-agosto-1962-1024x712.jpg 1024w, http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2017\/11\/grottammare-agosto-1962.jpg 1600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Quella, se la riconosci, \u00e8 la casa in cui venivamo in vacanza negli anni sessanta.<br \/>\nE\u2019 l\u00ec, abbandonata da tempo.<br \/>\nCi sono tornato ieri e ho rivisto la stanza dove abbiamo concepito nostro figlio. Il pi\u00f9 piccolo.<br \/>\nEra la fine d\u2019agosto, forse. Il giorno dopo, saremmo partiti per tornare a casa con la littorina.<br \/>\nTi ho vista per un attimo, affacciata alla finestra che dava sul sentiero che portava all\u2019entrata.<br \/>\nE\u2019 l\u00ec che ho parcheggiato la macchina, per tornare come un ladro a fare visita al nostro ricordo, cinquantaquattro anni dopo.<br \/>\nL\u2019ho trovato coperto di rovi, carcasse di lavatrici, e di insulti del tempo.<br \/>\nC\u2019era anche un\u2019agave sconfitta.<br \/>\nMentre percorrevo quei pochi passi,  mi \u00e8 venuto di cantare la stessa canzone di allora, a labbra strette. Immaginando tu fossi alla finestra come quella sera, gonfia d\u2019estate, soda e colpevole di amarmi.<br \/>\nHo spinto la porta sconnessa che come allora, zuccava per terra su una piastrella rotta. La stessa di allora.<br \/>\nForzando con decisione per oltrepassare quel punto, lo scuro interno attaccato all\u2019anta, ha sbattuto contro il muro. Un eco secca ha vagato in quella che allora era la nostra cucina.Sporca  vuota, e piena di monconi di biciclette senza ruote.<br \/>\nPer un attimo ho temuto che qualcuno avesse notato quella mia intrusione.<br \/>\nC\u2019era anche un panchetto che ho rubato e sul quale sono seduto ora. In fondo, in un antro di macerie, un frigorifero bombato con la scritta Kelvinator arrugginita. Colmo di camere d\u2019aria. Alcune, riposte malamente dentro le loro scatole mezze strappate e altre ancora, perfettamente allineate in base alle misure. Altre ancora, sventrate.<br \/>\nDisegni osceni ed insulti urlati sui muri. Ho sperato davvero che nessuno mi abbia visto entrare di nascosto.<\/p>\n<p>Ricordo di una  sera che eri appoggiata sul davanzale della prima finestra da sinistra. Le braccia intrecciate ti spremevano il seno fuori dai bordi. Eri come sulla cima di un\u2019onda e vedendomi arrivare sembravi dirmi, vienilo a prendere. E&#8217; tuo.<br \/>\nNon me lo feci dire due volte. Ma m\u2019intimidiva spogliarti, anche se era mio diritto farlo.<\/p>\n<p>Qualche giorno prima ci facemmo una foto insieme, mentre eravamo affacciati alla stessa finestra.<br \/>\nNon ricordo, chi l\u2019avesse scattata. Forse uno di quei tre fratelli un po\u2019 cretini, che abitavano nella contrada di fronte la nostra. Passavano puntuali tutte le sere alla stessa ora, di ritorno dal mare. Con gli asciugamani arroccati sulle spalle dorate e le caviglie piene di sabbia nera. Al pi\u00f9 piccolo, toccava di portare a spalla una borsa frigo nuova e fiammante. Era la novit\u00e0 di quella estate. Non mancavano mai di farci una visita. Credo per guardare te, per come tu fossi abbondante.<\/p>\n<p>Passarono anche quella sera, mentre Paolo veniva concepito. Uno di loro fischi\u00f2 lontano dalla strada inghiaiata di ciottoli rossi. Si avvicinava quatto, mentre a piedi nudi cercava i ciuffi di gramigna sui quali sostare in punta di dita. Per non ferirsi. Il braccio destro indietro per controllare l\u2019equilibrio. Lo vidi di traverso, riflesso nel vetro della finestra aperta. Mentre quello ci chiamava, gli altri due rimanevano immobili. Erano fermi, pochi passi indietro a bocca aperta, ad aspettare che uno di noi si affacciasse alla finestra, che dalla strada non sembrava essere aperta o chiss\u00e0.<br \/>\nMa tu eri sotto di me, ed io dentro di te, e con il dito sulla bocca ridendo muta, m&#8217;implorasti con gli occhi targati di un garbato ebano nero, di non rispondere a quella chiamata.<br \/>\nMentre la finestra ci vomitava la sera addosso, a tutto pensavo in quel preciso istante, tranne che mi sarei dovuto un giorno, separare da te.<\/p>\n<p>Sul fare della notte, ho chiuso la porta. Fino alla mattonella, lasciando la porta aperta. Poi ho guardato la casa da quello stesso punto dal quale ti avevo fatto la foto. Verso la finestra, a cercarci inutilmente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella, se la riconosci, \u00e8 la casa in cui venivamo in vacanza negli anni sessanta. E\u2019 l\u00ec, abbandonata da tempo. Ci sono tornato ieri e ho rivisto la stanza dove abbiamo concepito nostro figlio. Il pi\u00f9 piccolo. Era la fine d\u2019agosto, forse. Il giorno dopo, saremmo partiti per tornare a casa con la littorina. 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