{"id":1568,"date":"2014-05-04T17:33:56","date_gmt":"2014-05-04T15:33:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/?p=1568"},"modified":"2019-06-09T16:05:01","modified_gmt":"2019-06-09T14:05:01","slug":"cossyra","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/cossyra\/","title":{"rendered":"Cossyra"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/1912247_10201820329565537_2008016466743712352_n.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-1573\" src=\"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/1912247_10201820329565537_2008016466743712352_n-300x201.jpg\" alt=\"1912247_10201820329565537_2008016466743712352_n\" width=\"300\" height=\"201\" srcset=\"http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/1912247_10201820329565537_2008016466743712352_n-300x201.jpg 300w, http:\/\/www.larecherchestudio.com\/lr\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/1912247_10201820329565537_2008016466743712352_n.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h4>La prima volta arrivai a Pantelleria nel 68. L&#8217;anno in cui mio padre mor\u00ec e fu un autentico giramento di scatole. Odiavo il pesce, il sesamo e soprattutto il mare, nel quale ero quasi morto affogato poco tempo prima. Odiavo soprattutto il vento, che\u00a0 increspa continuamente quel mare, perch\u00e9 mi impediva di fare pace con il mio terrore per l\u2019acqua, che temevo e temo pi\u00f9 dell\u2019acqua stessa.\u00a0Per riparare a quella, che tutto era meno che una diceria me ne stavo distante dalla riva e passavo interi pomeriggi a casa della zia Angiolina.<\/h4>\n<h4>Immagine retorica, quanto solida, di isolana verace. \u00a0Viveva in una casa tutta turchese, piena di armadi sbrindellati, assestati a forza nelle nicchie dei muri. \u00a0\u00a0Era minuta, di carnagione olivastra, vestita di nero, con delle grandi labbra scure e qualche solitario dente. Era stata bella e fragrante come solo una voce sola sa essere. Vispa ed elegante, come una domenica d&#8217;Aprile \u00e9 la notte. Gli occhiali pendenti a maestrale, riparati alla meglio con dei cerotti.\u00a0Sul tavolo pieno di panni, in bella mostra, una quantit\u00e0 di <em>\u201cmustazzoli\u201d<\/em> vivaci e freschi, dentro un cesto apparentemente sfondato, e cosparsi di perline colorate, e cos\u00ec intonate al resto. Circondati da mosche voraci, che la rete del paniere teneva lontane. Non osavo mangiarne uno, perch\u00e9 non amavo il cibo e dicevo di no a tutto.<\/h4>\n<h4>Non avrei sopportato di dover mangiare qualcosa che poteva non piacermi, irretito palesemente da quel principio che diceva, che se si morde qualcosa, va mangiato comunque. Non volendo correre il rischio, mi limitavo a guardarli, e con gli occhi mi convincevo che non sarebbero andati gi\u00f9 neanche a calci. Solo rubandoli avrei potuto tentare l&#8217;assaggio, e non visto, sputare il resto qualora non mi fosse piacuto.\u00a0Il sapore poi, in che modo sarebbe stato diverso da ci\u00f2 che vedevo? Perch\u00e9 rischiare di far torto ad un senso? Il solo guardarli, gi\u00e0 mi rendeva completo e in difetto.\u00a0Era il segno dell&#8217;adolescenza. L&#8217;et\u00e0 che l&#8217;istinto preferisce. Erano l\u00ec per i suoi nipoti, pi\u00f9 sodi e pi\u00f9 belli di me, e non certo per chi poteva viaggiare in aereo, un fokker a due ali, a due motori e a due file di posti. \u00a0Ci\u00f2 che per altri era una liturgia, per me era solo tentazione a cui cedere. O erano per le gite a Ghirlanda, dove non trovando albicocche, erano il premio della sosta innaffiata con orzata fresca. Si, ne avrei rubato qualcuno, invece che dare soddisfazione e dire grazie. \u00a0Cos\u00ec come si ruba uno sguardo tra due che si cercano, o come nascosti si ascolta il rumore di vecchie che parlano \u201cstritto stritto\u201d dalla porta di l\u00e0. Quell&#8217;adorabile <em>Andante<\/em> cos\u00ec sconosciuto e perverso, che \u00e8 l&#8217;ascoltare ci\u00f2 che non ci riguarda. Ci\u00f2 che non si comprende o che si ignora, ma che ingrassa inevitabilemte\u00a0 le parole e i giudizi che verranno. In realt\u00e0 i miei miti erano altri. Erano le palline colorate che c\u2019erano\u00a0 sopra attaccate alla glassa, ed era l&#8217;hangar abbandonato del vecchio aeroporto Pantesco. Altro che il mare e gli azzurri fondali d&#8217;una futura riserva di interessi.<\/h4>\n<h4>Mi decisi a compiere il furto, e complice l&#8217;andata verso l&#8217;aeropoto a prendere qualcuno con mi zia, nell&#8217;attesa scappai verso l&#8217;hangar poco distante. Arrivai nell&#8217;enorme deposito di guerra abbandonato, urlando vittorioso con il trofeo in mano, e con la glassa ormai che colava sui polsi tirando fuori i mostazzoli dalle tasche. Calpestando veloce il pavimento pieno di bulloni, e alzando cumuli di polvere. Regista ed attore del mio film d\u2019 essai preferito, spuntai dall\u2019angolo d&#8217;entrata avvolto da un cencio di luce radente e spinto da un vento incessante, che alzava un ventre di polvere vecchia e pesante, oleosa.\u00a0I calzoni corti strappati da zingaro inerme, e in tasca un poco di tutto. Correndo beato del furto alla zia, che poi zia a me non era e parafrasando alla meglio, urlavo con tutto il fiato che avevo sul davanzale del petto&#8230;&#8230;<em>amoninneeee picciottti..! , i<\/em>mitando il cacciatore mezzo guercio che veniva chiamato <em>&#8220;lo ghiennero&#8221;<\/em>\u00a0 e con cui andavo a caccia\u00a0e della cui benevolenza, andavo decisamente orgoglieso.\u00a0Berciando cos\u00ec, mi spinsi fin sotto gli aerei abbandonati l\u00ec dalla guerra. Poi fermo aspettai.<\/h4>\n<h4>L&#8217; eco dell\u2019 urlo, e del battito di piedi, sembrava avesse la forza di staccare la tomaia dai sandali. Si ripeteva all&#8217;infinito, facendo fuggire \u00a0le tortore che avevano fatto di quella dimora di guerra, un unico scempio di cacca d&#8217;autore. Sparsi a caso nell\u2019hangar, gli stukas tedeschi accasciati sull\u2019 ala. Salito al posto di guida, afferrata la cloche con un mano, addentai il furto, leccando prima le sole palline rosse.\u00a0Un vero corpo a corpo. \u00a0Misto a un profumo di olio mai secco, e dei fusti di morchie antiche oramai. Sapevano d&#8217; arancio mica storie. Qualcuna bianca era pi\u00f9 dura, ed era ostile al sapore. L\u2019affogavo mischiandola all&#8217;impasto dolciastro , per poi sputarla sul vetro rotto, chiss\u00e0 quanto tempo prima da un proiettile o forse da un turista-erectus a due cuori. Con la bocca stuprata, e piena di mandorle e secco.\u00a0Erano ottimi.<\/h4>\n<h4>Non c&#8217;era, nelle case di allora la rassicurante ossessione dei Padrepii di plastica fosforescente, ma tanti santi di maggiore candore. In salsa turchese. Antonino,Vincenzino&#8230;un mondo declinato per ino, per vino o postino.\u00a0L\u2019unico telefonino era &#8220;la telefonista&#8221;. All&#8217;incrocio\u00a0di quattro vicoli sganasciati, che veniva chiamata\u00a0<em>La crociera,\u00a0<\/em>\u00a0c&#8217;era\u00a0un indefinibile antro ad uso tabaccheria. Era pieno di ogni sorta di impicci, e dove sostava appoggiata ad una immensa telefonista, l\u2019unica cabina telefonica esistente nel raggio di 10 km\u00a0 e dalla quale si usciva grondanti di sudore e di parole non comprese. \u00a0\u00a0Serviva solo a dire che si era vivi a chi era lontano, e che si era fatto chiamare a quel giorno e a quell\u2019ora. Puntuali per favore. \u00a0Sull\u2019isola non c\u2019era una siepe guarnita come da rivista, n\u00e9 uno stupore di architetta di Milano centro.\u00a0 L&#8217;isola<span style=\"line-height: 1.5;\">\u00a0 era \u00a0interamente percorsa da strade bianche, da asini e da carretti improvvisati. \u00a0\u00a0<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"line-height: 1.5;\">Sdraiato sulla <\/span><em style=\"line-height: 1.5;\">ducchena<\/em><span style=\"line-height: 1.5;\">, di nascosto, trangugiavo passito riserva non sapendo quanto ne bastasse ad un bimbo per essere pi\u00f9 allegro. \u00a0\u00a0Perso e in calore, ascoltavo Angiolina in casa aggiustare la sera alla meglio, e alla radio, una voce pacata che odorava di minestra. \u00a0Radio sera. Il conforto prima del buio. \u00a0Unica voce tra tante a smorzare il frastuono del cielo sul mare, e dell&#8217;azzurro sul petto.\u00a0<\/span>A tavola\u00a0l&#8217;inutile pianto dei calamari tagliati precisi ad anello, scansati ed offesi, che appena voltatasi lei, finivano al gatto. \u00a0\u00a0<em>Eran proprio buoni sai ?<\/em> (mi diceva il micio sornione) ..<em>ne avresti mica giusto un altro ?<\/em>..Ed io, <em>\u201ccontentati caro\u00a0che il domani per te non c\u2019 \u00e8, tanto quanto per me che sono un&#8217;artista\u201d<\/em><\/h4>\n<h4>Chi di noi sapeva che tutto questo sarebbe scomparso? Nessuno ci ha avvisato. E se avesse potuto, lo avrebbe fatto davvero ? \u00a0Qualcuno poteva immaginare che ci sarebbe rimasto cos\u00ec impresso dentro di noi \u00a0al punto di conservarlo con tanta devozione? \u00a0E chi avrebbe immaginato allora, l&#8217;avvento di tanta insistente\u00a0umanit\u00e0 convinta d&#8217;essere il centro del mondo, perch\u00e9 altrove non era nessuno ? E che fine avrebbe fatto il ricordo?\u00a0Aggiunto, ripreso e cucito, tra qualche ombra di bandito acquattato tra gli schioppi pronti appesi, sarebbe rimasto sotto il pastrano per sparare alle lepri e guarnire la notte, di incanti e di paura.<\/h4>\n<h3>DEDICHE<\/h3>\n<h4>Dedicato a quel recidivo tornare in un posto, al ri-edire del &#8220;genere segno o sogno&#8221; che sia, dove fanno eco solo dei pezzi che alcuni pensano essere rari, e che ora dir\u00f2 essere soltanto dei <em>mustazzoli<\/em>. Grondanti di glassa e memoria. Dedicato a quell&#8217;umanit\u00e0 silenziosa,<em>&#8220;interperrita&#8221;<\/em>, un p\u00f2 storpia, e per questo felicemente <em>cafona<\/em>, che non sa ancora perch\u00e9 deve riconoscersi in qualcosa, o in qualcuno per esser sicura di esistere.\u00a0O che si contenta di vivere cos\u00ec, anche a prova di difficolt\u00e0 materiali e spirituali. O che si ritrova magari in un colore convinto o nelle parole di un santo solo meglio se vissuto ante litteram. Ma se dessimo un premio a chi scopre dove la musica vive e si accoppia??. Riusciremmo a scansare il senso d\u2019 incertezza che si perpetra sopra di noi, a futura memoria, per farne un ricordo possente ed un abito meno attillato?<\/h4>\n<h4>Pi\u00f9 tempo, credo sia la richiesta di noi tutti che siamo <em>i ritrovati<\/em>. \u00a0\u00a0Pi\u00f9 tempo per capire ed imparare, nonostante le incipienti storture e le ingiustizie per le quali i sognatori soffrono in dignitoso, quanto abominevole silenzio.\u00a0Il vivere &#8221; migliore&#8221; che c\u2019\u00e8 stato imposto, non ha un contenuto spesso diverso dal diritto di averlo acquisito,\u00a0 ma perch\u00e8 non farne qualcosa di diverso? Potremmo rinunciare ? S\u00ec, grazie. \u00a0Confido nell&#8217; inesauribile desiderio di sogni, nonostante la tenera et\u00e0 che oggi propongo a me stesso. Ogni giorno ( pi\u00f9 o meno\u2026) mi telefono con un amico, per sapere quanti anni abbiamo a prescindere, e ci avvicendiamo di adolescenze, in vecchiaie a ritmo serrato, nella netta certezza, che non invecchieremo mai lo stesso giorno, o peggio insieme.<\/h4>\n<h4>Uno dovr\u00e0 rimanere a badare all\u2019altro. E mi sento avere sempre meno anni di quelli che ho, e meno tempo per vivere in pace dall\u2019inevitabile inizio &#8230;<\/h4>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h4>p.c \u00a9 all rights reserved www.larecherchestudio.com<\/h4>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; La prima volta arrivai a Pantelleria nel 68. L&#8217;anno in cui mio padre mor\u00ec e fu un autentico giramento di scatole. Odiavo il pesce, il sesamo e soprattutto il mare, nel quale ero quasi morto affogato poco tempo prima. 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